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George Saunders: “Sarà la letteratura a reagire al populismo”

George Saunders, 59 anni.

In occasione della vittoria al Premio Internazionale Gregor Von Rezzori Città di Firenze dello scorso maggio, abbiamo intervistato lo scrittore americano George Saunders, che dal 2017 inanella successi internazionali con il suo primo romanzo Lincoln nel Bardo (Feltrinelli, traduzione di Cristiana Mennella). Il suo libro è un tour de force che racconta della scomparsa del figlio del presidente Abramo Lincoln, Willie, a soli 11 anni, che travolse l’iconico padre proprio agli albori della Guerra civile americana. Vincitore del prestigioso Man Booker Prize 2017, il romanzo è però un ritratto toccante di Lincoln come padre e come uomo, fatto attraverso un caleidoscopio di voci immaginarie (ma anche di resoconti storici frammentati): a parlare sono infatti in primis gli spiriti polimorfi del Bardo – il regno intermedio tra la morte e la reincarnazione della tradizione buddista – che si trovano a incrociare le vicende personali e quelle storiche di Willie Lincoln e la sua famiglia, in una notte di commiato e di avventura inaspettata svoltasi tra le lapidi e le cappelle di un cimitero di Georgetown, nel 1862.

Quello che colpisce non è solo lo stile personalissimo e sulfureo di Saunders – nonché la scelta di raccontare la vita a partire da un ipotetico aldilà, e non viceversa – ma soprattutto l’assonanza di tante tematiche di questo libro con l’attualità più inconfessabile degli Stati Uniti. Ci si legge infatti innanzitutto una mancata risoluzione dello scontro inscenato nella Guerra civile americana, ovvero l’eterno scontro tra liberali e conservatori, mai così attuale come nell’era Trump. Non è la Guerra civile stessa un compendio di una nazione dalla storia violentissima e dalla questione razziale irrisolta (anche essa presente in questo libro)? Non potrebbe questo romanzo, con il suo elemento più spirituale, rappresentare una resa dei conti con il puritanesimo alla base della società americana? Esploriamo queste possibilità assieme all’autore, incontrato nella cornice della Santa Maddalena Foundation di Donnini, in Toscana.

La cover di “Lincoln nel Bardo” di George Saunders.

George, si aspettava il successo clamoroso di un libro non così “facile”? Ricordo che come anteprima cominciò subito a circolare l’audiolibro con le voci di attori come Ben Stiller, Julianne Moore, Don Cheadle, Susan Sarandon ed oltre cento altre voci recitanti! Un’operazione commerciale non certo frequente per la narrativa, non trova?

Beh, se ci pensi già 10 dicembre era andato in prima pagina sul New York Times, e questo aveva aiutato a creare attesa per il romanzo. Ma questo non significa nemmeno che voglia limitarmi alla categoria dell’avanguardia. Come scrittore, oggi credo che si debba sperimentare nel comunicare con il lettore in un modo molto empatico, però facendolo senza artefatti, senza esibizione sentimentale. Non era mia intenzione fare un libro facile – d’altronde, non lo è mai – però spero di essere riuscito a farne uno, come dire, bello e profondo.

 

Il suo libro parla molto anche al presente dell’America e del mondo: c’è un presidente costantemente sotto i riflettori, c’è alle porte una Guerra civile (oggi espressa dalle divisioni e diseguaglianze sociali diffuse) e ci sono ovviamente le questioni razziali. Se vuole, c’è anche il dibattito odierno sul free speech. Aveva intenzione di toccare queste tematiche?

Il mio metodo è quasi sempre di non avere intenzioni, quando inizio a scrivere. Quando scrivi, però, ti rendi conto all’improvviso che parli di temi contemporanei. Ma mi piace sempre iniziare senza un piano preciso. Per esempio, il tema del razzismo che emerge è venuto spontaneamente. Sono in qualche modo rimasto all’ascolto del mondo di oggi, accostandolo a quello di Lincoln, e ho usato diversi libri di storia. Pensa, poi, che quando ho iniziato a scrivere il libro, il presidente Trump non era niente più che un gossip. È incredibile che oggi sia legato così prepotentemente alla figura del presidente.

 

Lincoln nel Bardo racconta del necessario distacco tra un padre e la memoria del figlio, quando quest’ultimo muore. Parla del lutto di un padre in modo emotivo, ma non “sentimentale” – come lei dice – e lo fa con una struttura a tratti teatrale, dove la storia si racconta attraverso le voci, i farfugliamenti, i monologhi, le apparizioni. Come ha lavorato alla struttura del romanzo?

Sono stato influenzato dalla mia formazione da musicista, quello sicuramente. Ma forse si può dire che, in modo intuitivo, abbia proceduto come un cuoco: mettendo ingrediente dopo ingrediente, voce dopo voce, spirito dopo spirito, cercando in ogni personaggio la sua forma di discorso. Ho lavorato persino sulle fonti storiche legate a Lincoln: c’è per esempio una scena in cui si descrive Lincoln attraverso la luce della luna che “cade” sul suo volto: ecco, da lì ho pensato: posso espandere il testo usando descrizioni storiche prospettiche su Lincoln, a partire da quella descrizione che mi era venuta fuori.

La vicenda stessa – la morte del figlio di Lincoln, il dolore paterno conseguente, ma anche la reazione dei cronisti e biografi dell’epoca – l’avevo ascoltata parecchio tempo fa, nel 1994, e avevo pensato “è davvero una bella storia”. All’inizio pensavo di scrivere un romanzo storico, ma poi ho abbandonato l’idea, non ero troppo convinto. E ogni anno che passava mi trovavo a pensare alla storia di Lincoln: dovevo trovare il piacere di scriverla. E alla fine l’ho trovato.

George Saunders

Uno degli elementi originali di questo libro è il suo rapporto con la spiritualità americana. Usa l’impianto narrativo buddista del bardo, uno stadio intermedio in cui l’anima passa dalla morte al ciclo di rinascita e reincarnazione. Che “effetto” fa applicare quest’idea a uno scenario internazionale che oggi presenta il ritorno a un certo bigottismo?

L’idea buddista del Bardo l’ho studiata fin da quando ero uno studente. Non l’ho – volutamente – usata all’interno del libro come parola, ma l’ho mantenuta solo nel titolo, per ricordarmi in fondo che l’idea di aldilà di questo libro dovesse essere molto strana: sorprendente e agghiacciante allo stesso tempo. C’è questa logica nel mio libro, per cui le caratteristiche che un individuo possiede in vita nell’aldilà si ingigantiscono (e puoi immaginare come l’abbia reso uno strumento drammatico e comico a un tempo). C’è da dire però che allo stesso tempo mi sono basato molto sull’idea di Purgatorio cattolico, e anche alle storie di fantasmi. Il Bardo non fa certo parte della tradizione americana, ma negli Stati Uniti oggi c’è un grande interesse per il pensiero orientale e la meditazione, credo proprio in reazione al materialismo imperante della cultura nazionale, di cui il nostro attuale presidente è un esempio estremo ma efficace.

 

Viviamo nell’era del fact-checking e delle fake news: mettiamo in gioco continuamente la nostra idea di verità fattuale e spesso la validiamo attraverso lo sharing, piuttosto che con la verifica. Questo, se vogliamo, è un libro che rilancia il potere della letteratura rispetto alla verità: ci sono pagine e pagine in cui usa dialogicamente stralci, commenti, note, citazioni da biografie e articoli. Il lettore è invitato a chiedersi cosa è vero.

Ciò che rischiamo di perdere oggi sono le sfumature della realtà, una conoscenza precisa e dettagliata delle diverse gradazioni di tonalità del reale. Questo romanzo è un compromesso: “Lettore, ti dirò falsità temporanee per dirti una verità più grande”. In questo gioco che si chiama Lincoln nel Bardo ho messo assieme resoconti reali e fittizi. Questo però non significa diffondere resoconti fake del reale: quello sarebbe dire “questa cosa è fatta di alluminio” indicando questo tavolo in pietra su cui sono appoggiato, e imporvi un “voi dovete crederci”. Quella è pura e semplice falsità. Stalin ne ha dette diverse, in questo senso: è una cosa non nuova. Credo che uno scrittore debba in qualche modo continuare a fare una cosa che si definirebbe postmoderna: litigare con l’oggettività e con la verità – sebbene fino ad un certo punto – senza dimenticare le sfumature.

 

Mi permetta di notare un certo legame con David Foster Wallace, in quest’ultimo frangente e non solo. Mi capitò di leggere un suo commiato molto toccato al celebrato autore di Infinite Jest. So che eravate amici. Qual è il lascito di Wallace nella sua opera e in Lincoln nel Bardo?

Beh, in Questa è l’acqua DFW giunge a delle conclusioni in pratica buddiste, e me ne sono ricordato quando ho scritto Lincoln nel Bardo : potevo essere meno timido nell’usare il buddismo perché in America qualcuno come Dave l’aveva fatto prima di me. Secondo punto di contatto: una volta un mio studente ha commentato “se scriverai un romanzo, dovrà essere una collezione di monologhi”. E Infinite Jest è in fondo anche questo. Quando Dave c’era ancora avevamo parlato molto di questa idea: la nostra generazione ha sempre avuto la paura di passare per “sentimentale”, e per questo nei nostri libri ci atteggiavamo a beffardi e satirici. Per lui questo non era del tutto soddisfacente. Se leggi Il re pallido, ti accorgi che lui stava cercando altro. Il punto per noi due era (ed è) scrivere un’opera empatica, emozionante senza cadere nel sentimentale. Lincoln nel Bardo è un libro che forse risponde a tutto questo: la mia risposta a come creare un libro emozionale senza indorare la pillola del dolore.

 

Altre influenze per questo libro?

Forse Beetlejuice di Tim Burton! Ovviamente c’è un legame con l’Antologia di Spoon River, anche se quello è un libro che parla della vita più che “dalla” morte (o dal bardo), come fa il mio. Recentemente ho anche visitato la tomba di Dante, ed è stato per me di grande ispirazione. Devi sapere che ho viaggiato in Europa molto tardi, sui quarant’anni, e questo ambiente così ricco mi ha sempre dato l’ambizione di scrivere qualcosa che travalicasse le convenzioni del presente. Cercherò di farlo ancora di più nel futuro. Se ci pensi però: questo libro è anche molto fumettoso…

 

Recentemente si discute non solo di crisi sociale in America ma anche di una certa crisi della letteratura americana, incapace forse di ritrovare i fasti di quando la tua generazione (Wallace, Franzen, Lethem, solo per citare alcuni) emerse. Viviamo in un momento invece che appare dorato per la letteratura europa. Che ne pensa?

La mia vita intellettuale è quasi totalmente al servizio della scrittura. Ho letto di Lincoln per 4 anni di fila, e nient’altro! Ma quello che posso dire della letteratura americana attuale, è tutto nel libro di Colson Whitehead, La ferrovia sotterranea. L’America sta attraversando un periodo di crisi che spingerà a produrre nuova letteratura. Prima di Trump c’era un certo ottimismo: l’America considerava sé stessa una nazione stabile e felice, senza più troppo razzismo. E la narrativa che è stata scritta in quegli anni spesso, in qualche modo, assecondava tale condizione. Ma all’improvviso tutto è cambiato: ci siamo resi conti che qualcosa non andava. La letteratura è sempre una risposta, e inventeremo nuove forme per reagire a questa crisi.

Ovviamente questo non significa scrivere un romanzo “su Trump”, o a favore del #MeToo. Ci sono scrittori come Paul Beatty, o il già citato Whitehead, che toccano tematiche contemporanee e allo stesso tempo ataviche. Quando ho finito Lincoln nel Bardo io stesso mi sono reso conto che la Guerra civile americana non è mai finita davvero! Ci dobbiamo poi rendere conto di diverse altre cose: il carattere violento della nostra nazione, ad esempio, che viene anche dalla nostra storia. Cinque anni fa invece c’era una sorta di compiacenza intellettuale, per cui tutti i nostri problemi come nazione sembravano risolti. Credo accadrà anche con la letteratura europea, che reagirà alla crisi migratoria e sociale, al populismo con nuove forme letterarie.

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